Filippo Semplici – Scrittore

Filippo nasce il 21 settembre 1976, quindi oggi è il suo compleanno, e inizio questa intervista facendogli gli auguri!

Lavora come impiegato in una grande azienda di autocaravan, e ama scrivere. Il suo primo racconto risale a vent’anni fa. I generi che preferisce sono horror, fantascienza, thriller e tutto quello che in qualche modo lo allontana dalla realtà, che vive sulla pelle tutti i giorni e che a lungo andare annoia.

Cresce leggendo Poe, Lovecraft, King, Barker, Lansdale fino ad approdare agli italianissimi Faletti, Baldini, Carrisi, tanto per citarne alcuni. Possiede l’intera collezione di Dylan Dog, che custodisce peggio dei tesori di famiglia (che non ha). È un inguaribile appassionato di cinema horror e ascolta Rock e Metal. È membro dell’Horror Writers Association.

Ha esordito nel 1999 con il racconto Il cucciolo, pubblicato da Fanucci e selezionato da Valerio Evangelisti.

Nel 2006 pubblica il romanzo breve Senza paura per Tabula Fati. Pubblica inoltre numerosi racconti per la rivista Inchiostro e per siti web.

Nel 2008 arriva l’antologia Ombre per Il Filo.

Nel 2009 è il momento de Il giorno dei morti, romanzo edito da Edizioni Esordienti Ebook.

Nel 2015 pubblica il racconto Best Seller nell’antologia Esecranda 2015.

Nel 2016 è finalista al torneo Ioscrittore edito da GeMs, con il romanzo Il paese, e sempre nello stesso anno vince il secondo premio del Premio Letterario Terni Horror Festival con il romanzo Il faro, selezionato da Tullio Dobner, storico traduttore di Stephen King.

Il 5 settembre 2017 esce il suo ultimo romanzo, Ti guarderò morire, un ebook edito da Delos Digital.

Ho avuto la fortuna di essere tra i primi a leggere questo suo ultimo lavoro e ne sono rimasto impressionato. Una storia potente, avvincente, che mi ha tenuto incollato alle pagine fino al finale a sorpresa, geniale e che, come ogni horror che si rispetti, lascia aperto uno spiraglio a un possibile sequel (che spero veramente Filippo scriva). Ti guarderò morire ha tutti gli ingredienti, tra l’altro, per una trasposizione cinematografica: una narrazione veloce, personaggi tanto grotteschi da sembrare reali, una buona dose di splatter, un sacco di morti ammazzati e, appunto, un finale sospeso.

Filippo ha anche un suo blog (Nero su bianco) in cui parla dei suoi libri e della sua passione per la scrittura, ma io ho deciso di conoscerlo (e di farvelo conoscere) un po’ meglio.

Filippo, perché la scrittura?

Perché non ho altro modo di esprimere ciò che sento dentro.  Da sempre amo leggere, e credo che scrivere sia stata una conseguenza più o meno naturale. Cercare di imitare i grandi autori, provare a essere come loro, sognare storie altrettanto belle; sono passaggi universali che molti di noi forse hanno vissuto, senza provare davvero a metterli in pratica. Be’, io ci ho provato, un pomeriggio di vent’anni fa, già sapendo che avrei fallito, ma convinto di partecipare.

Che cos’è accaduto? Niente di particolare. Ho scritto, certo, e continuo a farlo, ma in sostanza la mia vita non è cambiata poi così molto: leggo sempre gli stessi autori, frequento gli stessi locali, preferisco la pizza al sabato sera e il caffè amaro; mi ritrovo con quattro pubblicazioni, questo sì, pochi spiccioli in tasca, e il miraggio di un futuro da scrittore a tempo pieno, in cui continuare a sperare.

Qual è stato il tuo percorso in questo campo?

C’è sempre un momento in cui arriva qualcuno di esterno e ti dice “Bravo, sai scrivere”, e non mi riferisco a parenti o amici, che su queste cose vanno presi con le pinze. Nel mio caso, mi riferisco a Valerio Evangelisti, scrittore Mondadori, autore della saga di “Eymerich l’inquisitore”, che nel 1999 selezionò un mio racconto per una pubblicazione con Fanucci. Quel giorno avvenne il passaggio di coscienza tra il ragazzino che giocava a fare lo scrittore, e lo stesso ragazzino che provava a combinare qualcosa di più serio.

Ricordo questa presa di consapevolezza con grande entusiasmo, al punto che trascorrevo ogni momento libero a scrivere.  Ho messo insieme un gran numero di racconti e romanzi, pubblicato sia su carta che su web, e tuttora non riuscirei a liberarmi di questa meravigliosa ossessione, che io chiamo scrivere.

La più grande soddisfazione avuta?

In realtà sono due, e risalgono all’anno scorso.

La prima è aver vinto il secondo premio del Premio letterario Terni Horror Festival, con “Il faro”, romanzo dedicato a Lovecraft, il mio autore prediletto, dopo essere stato selezionato da Tullio Dobner, lo storico traduttore di Stephen King. Ironia della sorte: tra le motivazioni addette da Dobner nel penalizzarmi al secondo posto, proprio l’aver “attinto” dalla letteratura di un grande autore, anziché dalla completa “farina” del mio sacco. Ma fa niente.

La seconda: aver convinto Franco Forte, scrittore, sceneggiatore e direttore editoriale Mondadori, a credere in me, nel mio ultimo libro, editarlo e infine scegliere di pubblicarlo. Se “Ti guarderò morire” è diventato realtà, molto lo devo a lui.

E la più grande delusione?

La lettera che ricevetti da Sergio Bonelli, a sedici anni, dopo l’invio del mio primo racconto, per un parere su un’eventuale pubblicazione. Il bello di essere giovani è proprio questo: si è temerari e ingenui. Non c’è paura a buttarsi tra le fiamme per gioco. Con l’esperienza di oggi, posso immaginare le risate che si saranno fatti in redazione, leggendo la mia storiella, ma la risposta, devo dire, arrivò puntuale, e fu cordiale, serena, e schietta: un rifiuto categorico, naturalmente, in cui si sforzavano però di spiegare i difetti del libro. Oggi, dopo più di vent’anni, sfido molti altri editori a dimostrare la stessa attenzione e cordialità verso autori immeritevoli.

Il tuo sogno?

Fare della scrittura il mio lavoro, un giorno.

Alzarmi la mattina, al suono della sveglia, fare colazione e mettermi seduto a buttar già pagine su pagine. Darmi dei tempi, dei ritmi, e riscuotere quel tanto che mi permetta una vita dignitosa, fosse anche meno di quello che prendo oggi con il mio attuale lavoro. Non credo di chiedere tanto alla vita, a parte la salute. O no?

Quali consigli daresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Innanzitutto crederci. Se siamo noi, i primi a deporre le armi, avremo già perso senza nemmeno provarci. Poi, leggere tanto, tantissimo, e di tutto, perché se non leggi non scrivi, c’è poco da fare; mi fanno sorridere quegli scrittori che dicono “Non ho tempo per leggere”, pensando così di apparire indaffarati e impegnati a trecentosessanta gradi; in realtà, con affermazioni del genere, non fanno che scavarsi la fossa da soli. Aggiungerei naturalmente lo scrivere tutti i giorni, che è un po’ come allenarsi fisicamente. Mantenere la mente in forma e proiettata sulla scrittura, insomma.

In ultimo, e non da meno, mandare a quel paese chi dice che non ce la faremo mai. O forse dovrebbe essere il primo consiglio?

Quali reazioni speri di suscitare, nel lettore, con “Ti guarderò morire”?

Be’, visto che me l’hai chiesto, ti rispondo: interrogativi.

In questo caso, prima che spavento, vorrei suscitare l’inquietudine che nasce dalle domande. Perché si tratta di un libro che, al di là della storia e della violenza che serpeggia, dovrebbe indurre a riflettere sull’uomo e sui principi malati che talvolta lo animano. Il tema principale, che compare solo nel finale, non è una mia invenzione. Oggi siamo tutti internet-dipendenti, crediamo di sapere tutto, quando invece non sappiamo niente, neppure le reali minacce che si nascondono nel web. Spero che questo libro metta in guardia e serva ad aprire gli occhi, farsi più cauti e prudenti, soprattuto verso i nostri figli.

© 2017 Massimo Lazzari