Fabrizio Venerandi – Scrittore

Vi è mai successo di ridere a crepapelle leggendo un libro? No, non sto parlando di quel mezzo sorriso che avete fatto con la Guida Galattica per gli Autostoppisti o i romanzi di Bill Bryson. Sto parlando di grasse risate, tipo quelle scatenate da Una notte da leoni o Zoolander, per intenderci.

A me per fortuna è successo. E il responsabile di questo insolito divertimento è stato Il mio prossimo romanzo di Fabrizio Venerandi, pubblicato qualche settimana fa da Antonio Tombolini Editore nella collana Officina Marziani. La trama, come dice lui stesso nel libro, è di quelle che non possono funzionare: la storia di un aspirante scrittore alle prese con la stesura e i tentativi di pubblicazione del romanzo capolavoro. Ma è lo stile con cui la racconta che fa la differenza, la sua sorprendente capacità di creare personaggi assurdi, scene memorabili, dialoghi esilaranti. E non finisce qui. Il mio prossimo romanzo, sotto lo strato (piuttosto spesso a dire la verità) di divertimento allo stato puro, contiene tanti spunti di riflessione: sulle difficoltà che incontra chi ambisca a fare lo scrittore di professione oggi, sul complicato mondo dell’editoria, su quanto sia inutile (o addirittura deleterio) provare a percorrere questa strada.

Insomma, dopo averlo letto ed essermi spanciato dalle risate, ho fatto tre cose: 1) ho iniziato a pensare seriamente a smettere di scrivere; 2) ho scritto a Fabrizio cosa ne pensavo del suo romanzo, usando le stesse parole che nel libro gli vengono rivolte da suo fratello: “Tu sei malato cazzo!”; 3) ho deciso di intervistarlo.

1) Fabrizio, perché la scrittura?

La scrittura, rispetto ad altre forme di autogratificazione, è pratica ed economica. Se avessi voluto raggiungere la felicità con la fotografia o il cinema, avrei dovuto sostenere una spesa importante. Anche per la musica, alcuni strumenti musicali sono molto costosi. La scrittura, una volta fatte le scuole primarie e secondarie, il più è fatto.

2) Qual è stato il tuo percorso in questo campo?

La risposta a una domanda di questo tipo non può che essere noiosa, prolissa e autoreferenziale. Suggerisco al lettore di saltare direttamente alla prossima.
Comunque, ho iniziato a scrivere in prima media, circa 1982. La professoressa ci diede come compito la scrittura di una poesia sulla primavera. Io scrissi questa poesia, lei mi disse che ero bravo. Da lì in poi ricordo di aver scritto sempre. Liceo, università, cose del genere. Il professore di musica ci faceva solo suonare un motivetto con il flauto dolce, non c’era confronto.  Ho anche vissuto e partecipato il periodo delle riviste di narrazione underground, “La rosa purpurea del Cairo”, “Maltese narrazioni”, “Versodove”, “Pocaluce”. All’epoca era un modo per fare il primo passo, essere vagliati, rifiutati, pubblicati quindi letti da persone che non eri tu. Già dagli anni ottanta — comunque — scrivevo in digitale e quindi su BBS, attraverso circuiti come Fidonet e lavorando a cose “native digitali” come Necronomicon, il primo mud italiano.
Un punto di non ritorno per me è stato nel 1998 quando ho partecipato a un laboratorio di poesia con, tra gli altri, Paolo Gentiluomo. Lì è cambiato il lavoro e la concezione del testo, la consapevolezza anche di quello che stavo facendo. In quel periodo ho pubblicato il mio primo poemetto, “Il trionfo dell’impiegato”, il mio primo romanzo, “Pantagrognomicon” e ho partecipato a Ricercare ’99 (esperienza che racconterò un decennio dopo ne “L’ultima avventura del signor Buonaventura”). Furono tre cose importanti per me, che mi svuotarono; dopo tornai a scrivere interactive fiction e fare cose in versi con  auto-editori underground, come Smith & Laforgue, ifiglibelli di Mauro Mazzetti, o fare performance dal vivo con il collettivo bib(h)icante.
Proprio attraverso il digitale, con il progetto Pippol di Michele De Pirro e con la frequentazione dei newsgroup usenet nacque l’idea di raccontare scene di vita familiare, quelle che all’epoca erano conosciute come “io e cecilia”. Queste diedero avvio a una collaborazione di diversi anni con la rivista di informatica Macworld per la quale scrivevo mensilmente un racconto e alla pubblicazione con Coniglio editore, “L’amore è un cavolfiore”. Penso siano tra i miei testi più conosciuti.
Altro punto di non ritorno per me l’apertura, con Maria Cecilia Averame, di Quintadicopertina, nel 2010. Una casa editrice che progetta testi nati per essere letti in digitale. Lì – di nuovo – è cambiata la prospettiva della scrittura, del suo pubblico, dei suoi motivi di esserci. Per Quintadicopertina ho curato progetti di narrativa “non convenzionale” come quello delle Polistorie, del Jukebooks, dell’abbonamento allo scrittore.
Negli ultimi anni, oltre a un testo di fantascienza “folle” per Delos books, ho chiuso due lavori personalmente molto importanti. Un ebook interattivo di poesia, chiamato “Poesie Elettroniche” in cui riesco a far convivere il mio amore per la scrittura in versi con quello per la programmazione, attraverso la scrittura di codice che “anima” le poesie creando relazioni inaspettate con chi le legge. E “Il mio prossimo romanzo”, un testo di narrativa per Antonio Tombolini editore. Penso che “Il mio prossimo romanzo” sia uno dei miei lavori di narrativa più godibili e completi. Lo consiglio al lettore che sia arrivato incolume alla fine di questa risposta.

3) La più grande soddisfazione avuta?

Non ho una classifica. Lavorare con persone che stimo molto a progetti creativi.

4) E la più grande delusione?

Avere troppe idee in testa. Avere quarantasette anni. Lavorare a lungo a un progetto che non funziona. Impostare la propria vita su alcuni presupposti che si riveleranno sbagliati. Cadere nell’insofferenza. Abituarsi al brutto. Fare un errore senza troppa attenzione e passare il resto della propria vita tra i relitti e i detriti che quell’errore nel tempo si è portato dietro. Pensare che sarei rimasto giovane per sempre. Pensare che – un giorno – avrei trovato qualcosa che in alcuni serial americani viene definita “maturità”. Non aver dato la giusta considerazione a cose che — anzi — deprecavo con uno spirito alternativo di comodo. E un sacco di altre cose dolorose che non hanno niente a che fare con questa attività marginale che è la scrittura.

5) Il tuo sogno?

Nel mio sogno io cammino con un amico, non so chi sia, in una strada pietrosa. Ai nostri lati piccole casette. Io so che entrando in una di quelle casette potrei trovare un passaggio sotterraneo che mi porterebbe nel grande dedalo di cunicoli che abita il sottosuolo. Da questo dedalo è possibile arrivare, ad esempio, in una dispensa di una serie di case popolari in costruzione. Ci sono già stato in altri sogni. Con il passare degli anni ho costruito una geografia abbastanza completa dei luoghi-sogno che posso abitare. Esempi di luoghi sogno: una villa con molte stanze, perennemente abitata da gruppi di ragazzi, associazioni. Lì posso entrare e scendere fino alle cantine dove trovo scale in metallo che si perdono in basso verso un enorme spazio vuoto, inimmaginabile, profondo fino al cuore del mondo (mai arrivato fino alla base); casa in legno che sto ristrutturando per viverci, enorme e completamente fatiscente, ogni volta trovo nuove stanze e stanze, accessibili solo per strani ingressi laterali o esterni; tutto sembra sul punto di crollare e io faccio lavori del tutto cosmetici mentre sotto il legno marcisce, vuoto nei pavimenti; la casa è abitata anche da presenze di non-morti che la vivono di notte e con cui devo in qualche modo condividere.

6) Quali consigli daresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Che non è una professione. Chi scrive nella stragrande maggioranza dei casi fa dell’altro. Scrivere un libro è una attività accessoria ad altre attività principali e più importanti.

© 2018 Massimo Lazzari