Angelo Ricci – Scrittore

Angelo nasce nel 1964 a Novara, alle ventidue di un trenta di luglio alla luce del generatore di emergenza del reparto di ostetricia perché, come in ogni biografia che si rispetti, infuriava un terribile temporale e la corrente elettrica dell’intera città era saltata. Vive da sempre nel lembo di pianura tra Piemonte e Lombardia che ha dato i natali ai suoi genitori, ai suoi nonni, ai suoi bisnonni; una terra di risaie, di torrenti, di fiumi, di fossi, di rane, di nebbia, di dialetto tra l’emiliano e il franco-provenzale, di storie.

Ha due vite che tiene rigorosamente separate. In una, della cui esistenza si dichiara sicuro, è un avvocato penalista. Nell’altra, della cui esistenza invece non è sicuro per nulla, scrive (a suo dire immeritatamente, ma mi permetto di dissentire) sulla rivista Il Colophon e (ancor più immeritatamente a sentire lui, ma anche in questo caso non mi trova affatto d’accordo) ha scritto una sua Trilogia della pianura composta dai romanzi Notte di nebbia in pianura, Sette sono i re, L’odore del riso. 6662 è il suo ultimo romanzo. Tutti sono stati pubblicati da Antonio Tombolini Editore nella collana Officina Marziani.

Ed è proprio del suo ultimo lavoro, anzi del suo ultimo capolavoro, che vorrei parlare. 6662 è un libro che fin dal titolo e dalla struttura dei capitoli fa l’occhiolino a 2666 di Bolano, uno dei miei libri preferiti in assoluto. Ma, seppure i riferimenti allo scrittore cileno ricorrano frequentemente all’interno del libro, le analogie finiscono qui. Sì, perché 6662 non è affatto una serie di romanzi, anzi non sarebbe neanche corretto definirlo un romanzo. È piuttosto una sorta di sogno lucido popolato di scrittori, editori, personaggi storici e leggendari, che intrecciano le loro storie in modo apparentemente destrutturato. Se proprio dovessi cercare di accomunarlo a qualcosa, allora sarebbe sicuramente un quadro di Hieronymus Bosch: complesso, inquietante, visionario, perfetto e ricercato in ogni dettaglio. La cosa più incredibile è infatti la ricerca della perfezione nell’uso delle parole, nella struttura delle frasi, nelle citazioni, nella costruzione di trame evanescenti e al tempo stesso indiscutibili. Un esercizio di stile che mi fa affermare senza ombra di dubbio che 6662 è, tra tutti i libri che ho letto nella mia vita (e sono tanti), quello scritto meglio.

A questo punto sarete giustamente curiosi di conoscere meglio questo talentuoso autore che arriva dalla pianura (maggiori informazioni su Angelo le potete trovare anche sul suo blog e sul suo sito personale).

Angelo, perché la scrittura?

Perché è l’imposizione genetica che appartiene a tutti gli umani. L’alfabeto altro non è se non la trasposizione di segni che hanno un’origine atavica, impressa nella memoria collettiva da millenni (pensiamo alla lettera A che è il simbolo primigenio della testa di bue) e la scrittura ne è la derivazione che unisce simbioticamente simbolo e fonema.

Non ho compiuto una scelta. Ho semplicemente seguito il destino che è proprio delle unità carbonio senzienti che geneticamente e foneticamente comunicano con questa combinazione di simboli.

Poi la complessità dello sviluppo dei rapporti di trasmissione culturale ha creato il mito della scrittura come metonimia del romanzo. Io personalmente rimango ancorato alla sua funzione genetico-comunicativa e produttrice di storie di cui gli umani sentono da sempre bisogno. Perché nelle storie gli umani si specchiano e tentano, specchiandosi, di riflettere un altrove inafferrabile e mitico.

Qual è stato il tuo percorso in questo campo?

Non so se sia stato un percorso oppure una serie di concatenazioni che si trovano tutte contemporaneamente sull’orizzonte degli eventi. Non lo sento come una figurazione geometrica che va necessariamente da un punto A a un punto B. L’ho sempre intuito come un avvicinarsi di voci, di personaggi, di storie, di strutture solide e al contempo fluide. Forse quello che ho scritto non esiste ancora mentre già esiste quello che non ho scritto ne mai scriverò. Più che altro ne traggo una sensazione onirica dove appare un libro, un editore, ma subito si offuscano sostituiti da una storia in cui appare ancora un altro libro, un altro editore, qualunque cosa significhino queste definizioni del tutto indefinite e arbitrarie. Manoscritti che credo abbiano intrapreso viaggi postali verso indirizzi di luoghi persi nel mito o verso glaciali caselle di posta elettronica, telefonate immaginarie o forse reali, contatti editoriali estrosamente disumani, parole che si uniscono a formare frasi che subito dopo negano se stesse, silenzi immensi e sguardi senza occhi, intese fraterne e accoglienze insperate.

La più grande soddisfazione avuta?

Il raggiungimento della consapevolezza che tutto ciò che ho scritto è scritto sulla sabbia.

E la più grande delusione?

La delusione è il frutto di una aspettativa non realizzata. Io semplicemente, nell’ambito della scrittura, rifiuto i concetti stessi di aspettativa e di realizzazione.

Il tuo sogno?

Disimparare a leggere e a scrivere. Riuscire a ottenere l’oblio di qualunque passato, presente, futuro.

Quali consigli daresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Mettere in risalto sempre tutta la trama badando bene tuttavia a nasconderla e nascondere sempre tutta la trama badando bene tuttavia a metterla in risalto e pensare incessantemente che a comporre quello che stiamo scrivendo sia un altro e non noi.

Hai mai letto uno di quei bestseller dalle copertine multicolori e in rilievo, che sembrano scritti a tavolino per il movie hollywodiano o la serie su Netflix?

Sì e, spesso, mi sono anche piaciuti.

© 2017 Massimo Lazzari